Italiano [English below]

 

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a una sorta di “ghiblizzazione delle immagini”, trend virale che ha visto l’impiego di ChatGPT per trasformare qualsiasi immagine, foto o scena di film in disegni alla Miyazaki e diffonderla sui social come dimostrazione della qualità delle immagini generate tramite il nuovo modello di intelligenza artificiale generativa di OpenAI. Questo ha sollevato polemiche sul diritto d’autore, sulla liceità di addestrare senza alcuna autorizzazione l’IA generativa con dati protetti dal diritto d’autore (ma non sappiamo se tra Studio Ghibli e OpenAI ci sia una qualche forma di accordo), discussioni inerenti a una presunta frase dello stesso Miyazaki, fondatore del celebre studio di animazione Ghibli, che poi si è scoperto essere stata pronunciata in un contesto diverso.

A questa invasione stilistica ha dedicato il numero di Maggio 2025 la rivista Linus, la prima in Italia dedicata esclusivamente ai fumetti, dal 2018 diretta da Igort, e devo ringraziare Lorenzo Miglioli che mi ha coinvolto nel progetto chiedendomi un articolo, illustrato anche da immagini da me realizzate grazie all’IA generativa – cosa che, in una rivista realizzata da e per  creatori di immagini, illustratori, disegnatori e artisti, mi ha riempito di orgoglio. Il mio articolo si intitola “Verso nuovi paradigmi creativi”, e affronta alcuni temi ricorrenti, come la presunzione della tabula rasa nelle forme espressive, l’autorialità, la dimensione secolare dell’allargamento dell’accesso alle possibilità espressive, anche attraverso un parallelo con la fotografia e le sue peculiarità.

Il mio testo si conclude con alcune considerazioni sui concetti di “arte” e “creatività”. Il primo è spesso utilizzato e attribuito con superficialità, e soprattutto a causa della massificazione nella produzione e nell’uso di contenuti digitali si è fatta strada l’idea che l’arte risieda solo nel costrutto fisico o virtuale, nell’“opera” – immagine, audiovisivo, brano musicale… – quando invece è fondamentale la sua dimensione sociale, culturale. Senza questa precisazione una parte rilevante dell’arte del ’900 sarebbe priva senso. Il secondo concetto, la “creatività”, non solo è stato espanso dalla contemporaneità all’interno della sfera umana al di là della dimensione artistica, ma l’etologia lo ha esteso anche al mondo animale non umano, rendendola una peculiarità non solo antropica. E infine, grazie all’Intelligenza Artificiale generativa, alla Robotica e alle biotecnologie, ci si comincia a chiedere se abbia senso parlare di creatività riguardo ai dispositivi tecnoscientifici, se possa esistere, e fino a che punto, una “creatività delle macchine”.

Qui l’inizio del mio testo, che a breve sarà disponibile anche su academia.edu:

La presunzione della tabula rasa

Nelle postille a Il nome della rosa Umberto Eco racconta che il poeta romantico Alphonse de Lamartine di una sua celebre composizione aveva scritto che “gli era nata di getto, in una notte di tempesta, in un bosco. Quando morì, si ritrovarono i manoscritti con le correzioni e le varianti, e si scoprì che quella era forse la poesia più ‘lavorata’ di tutta la letteratura francese”. E conclude: “Quando lo scrittore (o l’artista in genere) dice che ha lavorato senza pensare alle regole del processo, vuol solo dire che lavorava senza sapere di conoscere la regola”.
L’umanità usa la scrittura da 7 mila anni, crea figurazioni da almeno 40 mila anni, l’oralità è molto più antica, l’acquisizione della capacità simbolica si perde nella notte di tempi senza memoria. Pensare che immagini, audiovisivi, musica, racconti possano essere creati dal nulla è un’idea romantica e forse anche un po’ presuntuosa. Nessuno è tabula rasa, anche se non ne siamo consapevoli siamo sempre influenzati da quel che abbiamo visto, letto, sentito, vissuto. Davanti a un’illustrazione, a un’immagine, a ogni forma d’espressione è sempre possibile risalire a qualche rimando precedente, a qualche modello o stilema più o meno volontariamente e consapevolmente utilizzato. Tuttavia, se la creatività è sempre anche ripetizione e riutilizzo, la cultura contemporanea, soprattutto quella occidentale con poche eccezioni, impone continuamente di “creare il nuovo”, di “fare innovazione”. Il “nuovo” risiede nell’inventare nuove regole di contenuto e di forma a partire dal vissuto culturale e dai materiali introiettati. Il “nuovo” sovverte le norme e genera composizioni inedite, impreviste, sorprendenti, ristruttura il patrimonio culturale, riorganizza e trasforma il sapere creando nuovo sapere.
Negli ultimi anni l’impiego dell’Intelligenza Artificiale, in particolare quella generativa, ha sollevato questioni relative alla paternità autoriale, al diritto d’autore, al significato di creatività. Per la verità alcuni di questi nodi erano emersi da tempo con la diffusione delle tecnologie digitali e l’esplosione delle possibilità di produrre immagini, testi, audiovisivi, musica e applicazioni multimediali. La diminuzione dei costi hardware e software di creazione e archiviazione, la facilità tecnica di generare contenuti per innumerevoli finalità e la possibilità di modificarli rapidamente e indefinitamente, hanno reso gli strumenti digitali popolari e diffusi su scala globale, moltiplicando il numero degli utilizzatori e degli autori. La facile riproducibilità dei costrutti digitali ha messo in discussione i significati di “originale” e di “copia”, indebolendone la differenza fino ad esaurirla, mentre grazie a Internet si sono aperte possibilità planetarie di ostensione, collaborazione, condivisione e commercio.
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English

 

Recently, we have witnessed a “ghiblization of images,” a viral trend that through the use of ChatGPT has transformed any image, photo, or movie scene into Miyazaki-style drawings and has spread them on social media as a demonstration of the quality of images generated by OpenAI’s new generative artificial intelligence model. This has raised controversies regarding copyright, the legality of training generative AI without any authorization using data protected by copyright (although we don’t know if there is any agreement between Studio Ghibli and OpenAI), discussions related to a supposed statement by Miyazaki himself, the founder of the famous Ghibli animation studio, which later turned out to have been made in a different context.

To this stylistic invasion, the May 2025 issue of the magazine Linus, the first in Italy dedicated exclusively to comics, directed by Igort since 2018, has been dedicated. I must thank Lorenzo Miglioli for involving me in this project by asking for an article, that has been illustrated also with images I created using generative AI – this filled me with pride since Linus is a magazine made by and for image creators, illustrators, designers, and artists. My article is titled “Towards New Creative Paradigms,” and it addresses some recurring topics, such as the presumption of a tabula rasa in the arts, authorship, the secular dimension of expanding access to expressive possibilities (also tracing a parallel with photography and its peculiarities).

My text ends with some considerations on the concepts of “art” and “creativity.” The first one is often used and attributed superficially, and especially due to the mass production and use of digital content, the idea that has emerged is that art resides only in the physical or virtual construct, in the “work” – image, video, musical piece… – when in fact its social and cultural dimension is fundamental. Without this clarification, a significant part of 20th-century art would be devoid of meaning. The second concept, “creativity,” has not only been expanded by contemporary times in the human sphere beyond the artistic dimension, but ethology has also extended it to the non-human animal world, making it a human characteristic. And finally, thanks to generative Artificial Intelligence, Robotics, and biotechnology, people are starting to wonder whether it makes sense to talk about creativity in relation to technoscientific devices, whether there can exist, and to what extent, a “creativity of machines.”

Here is the beginning of my text, which will soon be available on academia.edu:

The presumption of the tabula rasa

In the postscript to The Name of the Rose Umberto Eco recounts that the Romantic poet Alphonse de Lamartine had written of one of his famous compositions that “it had come to him in a rush, on a stormy night, in a forest.” When he died, the manuscripts with corrections and variants were found, and it was discovered that this was perhaps the most ‘worked on’ poem in all of French literature. And he concludes: “When the writer (or the artist in general) says that he worked without thinking about the rules of the process, he only means that he worked without knowing that he knew the rule.”
Humanity has been using writing for 7,000 years, creating figurations for at least 40,000 years, orality is much older, and the acquisition of symbolic capacity is lost in the mists of time without memory. Thinking that images, audiovisuals, music, and stories can be created from nothing is a romantic idea and perhaps a bit presumptuous. No one is a tabula rasa; even if we are not aware of it, we are always influenced by what we have seen, read, heard, and experienced. In front of an illustration, an image, or any form of expression, it is always possible to trace back to some previous reference, to some model or style more or less voluntarily and consciously used. However, if creativity is always also repetition and reuse, contemporary culture, especially the Western one with few exceptions, continuously imposes the need to “create the new,” to “innovate.” The “new” resides in inventing new rules of content and form starting from cultural experiences and internalized materials. The “new” subverts norms and generates unprecedented, unexpected, surprising compositions, restructures cultural heritage, reorganizes and transforms knowledge, creating new knowledge.
In recent years, the use of Artificial Intelligence, particularly generative AI, has raised questions regarding authorship, copyright, and the meaning of creativity. In truth, some of these issues had emerged long ago with the spread of digital technologies and the explosion of possibilities to produce images, texts, audiovisuals, music, and multimedia applications. The decrease in hardware and software costs for creation and storage, the technical ease of generating content for countless purposes, and the ability to modify it quickly and indefinitely, have made digital tools popular and widespread on a global scale, multiplying the number of users and creators. The easy reproducibility of digital constructs has called into question the meanings of “original” and “copy,” weakening their difference until it was exhausted, while thanks to the Internet, planetary possibilities for exhibition, collaboration, sharing, and commerce have opened up.
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