Stelarc, Remote Gestures/Obsolete Desires: Event for Scanning Robot, Edge Biennale, London, 1992 (Ph. M. Burton, © Stelarc)

 

Italiano [English below]

 

Nel Febbraio 1994, proprio trent’anni fa, usciva per i tipi di Baskerville Il corpo tecnologico. L’influenza delle tecnologie sul corpo e sulle sue facoltà (Bologna, Baskerville, 1994), a mia cura, con la celebre immagine del performer Stelarc con il terzo braccio robotico in copertina. L’anno precedente avevo pubblicato Realtà del virtuale. Rappresentazioni tecnologiche, comunicazione, arte (Bologna, CLUEB, 1993), in cui riflettevo sull’impatto delle tecnologie, in particolare quelle di simulazione, anche oltre alla dimensione digitale, e, a partire dal titolo, sulla realtà della dimensione virtuale introdotta dalle tecnologie, un reale diverso da quello del mondo fisico, un reale parallelo. Quanto il virtuale tecnologico fosse destinato a divenire imprescindibile credo sia stato abbondantemente dimostrato negli ultimi tre anni di pandemia da COVID-19: è grazie ad esso se è stato possibile superare in qualche modo l’isolamento sociale, sostenere l’economia, la comunicazione, la didattica…: molte attività umane non avrebbero semplicemente potuto svolgersi senza la dimensione virtuale.

Il corpo tecnologico scaturiva dalle riflessioni che in quegli anni accompagnavano la rapida ascesa delle tecnologie informatiche – dal personal computer alla Realtà Virtuale, ai dispositivi multimediali, alle forme di comunicazione interattiva, a Intenet, alla robotica… – introducendo nuovi utilizzi e servizi con un rilevante impatto sociale, economico, culturale. Erano le “nuove tecnologie”, destinate a restare oleograficamente tali ancora oggi, trent’anni dopo, dato che questa locuzione è tuttora in uso.

In pochi allora si rendevano conto dell’importanza del corpo in questa trasformazione, nella creazione delle interfacce dei sistemi operativi, del software e del Web, nei dispositivi della Realtà Virtuale, nei sistemi interattivi, nei videogames, nella robotica… Riecheggiando il cogito ergo sum cartesiano, nel dibattito sulle tecnologie spesso prevaleva un’impostazione astratta, che reificava la dimensione della mente in opposizione al corpo, la mente come dimensione privilegiata, separata e separabile dal corpo. In varie discipline, dall’architettura all’arte, dalla comunicazione alla filosofia, dal cinema alla letteratura, nel cyberpunk…, ricorreva l’idea di una “dematerializzazione” del corpo, il fascino di una mente pura, disincarnata, liberata dalla fisicità del corpo, capace di proiettarsi dove il peso, la caducità e i limiti del corpo non sarebbero mai potuti arrivare.

Al contrario, in ambito scientifico gli studi coevi della biologia della conoscenza, per esempio, e in particolare quelli di Humberto Maturana e Francisco Varela, avevano dimostrato la fallacia di queste posizioni, della separazione tra mente e corpo e della scomparsa di quest’ultimo, ribaltando l’importanza cognitiva del ruolo del corpo nella conoscenza. Mente e corpo sono entità inseparabili, solo logicamente distinguibili: ogni organismo vivente è quello che è perché quella mente si è evoluta ed è incorporata in quel corpo.

La presunta superiorità della mente, la sua separazione, in quanto ente nobile, dal corpo, le questioni della “dematerializzazione”, sancivano anche, tra l’altro, la distanza che allora correva tra le discipline scientifiche e tecnologiche e quelle umanistiche: un limite presente in innumerevoli narrazioni, evidenziate in ambito cinematografico da Il tagliaerbe (1992) di Brett Leonard, in cui il corpo del protagonista si dematerializza in un software, a Her (2013) di Spike Jonze, in cui il protagonista si innamora di un’entità priva di corpo.

Non fu facile pubblicare Il corpo tecnologico, si trattava di un argomento complesso, profondamente interdisciplinare. L’editore se ne convinse pienamente durante una cena organizzata dai responsabili della casa editrice a cui parteciparono Derrick de Kerckhove, che per Baskerville aveva appena pubblicato Brainframes. Mente, tecnologia, mercato ed era un’autorità mondiale riconosciuta della cultura tecnologica, nonché uno degli autori di punta, e il sottoscritto. Quando gli venne chiesto che cosa ne pensasse di un libro sulle relazioni tra corpo e tecnologie ne fu letteralmente entusiasta.

Il corpo tecnologico contiene saggi provenienti da vari ambiti, di Paul Virilio, Francesco Antinucci, dello stesso Derrick de Kerckhove, di Stelarc, Tomás Maldonado, Hans Moravec, Sally Prior, Domenico Parisi, e, per la prima volta in un contesto umanistico in Italia, di Francisco Varela, oltre che del sottoscritto. Ha avuto un buon riscontro, sono stato invitato a presentarlo pubblicamente innumerevoli volte, è stato abbondantemente citato. Ed è ancora là, in vendita, dopo trent’anni, anche se forse qualcosa potrebbe essere aggiornato.

 

 

English

In February 1994, thirty years ago, the book Il corpo tecnologico. L’influenza delle tecnologie sul corpo e sulle sue facoltà (Bologna, Baskerville, 1994) (The Technological Body: The Influence of Technologies on the Body and Its Faculties) was published, edited by me. The cover featured the famous image of the performer Stelarc with a third robotic arm. The previous year I had published Realtà del virtuale. Rappresentazioni tecnologiche, comunicazione, arte (Bologna, CLUEB, 1993) (Reality of the Virtual. Technological Representations, Communication, Art), in which I reflected on the impact of technologies, especially simulation technologies, also beyond the digital dimension, and, in evidence from the title, on the reality of the virtual dimension introduced by technologies, a reality different from the physical world, a parallel dimension. I believe that the last three years of the COVID-19 pandemic have amply demonstrated how much technological virtuality was destined to become indispensable: thanks to it, it has been possible to overcome social separation, support the economy, communication, education… many human activities simply could not have taken place without it.

Il corpo tecnologico was the result of the reflections that in those years accompanied the rapid rise of information technologies – from personal computers to Virtual Reality, to interactive multimedia devices, to the Internet, to robotics… – new services and their social, economic and cultural impact. These were the “new technologies”, destined to remain oleographically such even today, thirty years later, given that this term is still often used.

At that time, few people realized the importance of the body in this transformation, in the creation of the interfaces of operating systems, software and the Web, in Virtual Reality devices, in interactive systems, in videogames, in robotics… Echoing the Cartesian cogito ergo sum, an abstract approach often prevailed in the debate on technologies, which reified the dimension of the mind as opposed to the body, the mind considered as a dimension privileged, separate and separable from the body. In many disciplines, from architecture to art, from communication to philosophy, from cinema to literature, in cyberpunk…, the idea of a “dematerialization” of the body recurred, the fascination of a pure, disembodied mind, freed from the physicality of the body, capable of projecting itself where the weight, the caducity and the limits of the body could never have arrived.

On the contrary, in the scientific field, contemporary studies on the biology of knowledge, for example, those of Humberto Maturana and Francisco Varela, had demonstrated the fallacy of these positions, of the separation between mind and body and of the disappearance of the latter, overturning the cognitive importance of the role of the body in knowledge. Mind and body are inseparable entities, only logically distinguishable: every living organism is what it is because that mind has evolved embodied in that body.

The presumed superiority of the mind, its separation, as a noble entity, from the body, the issues of “dematerialization”, also sanctioned, among other things, the distance that then ran between the scientific and technological disciplines and the humanistic ones:: a limit present in countless narratives, highlighted in the cinematographic field from The Lawnmower Man (1992) by Brett Leonard, in which the protagonist’s body dematerializes into a software, to Her (2013) by Spike Jonze, in which the protagonist falls in love with an entity without a body.

It was not so easy to publish Il corpo tecnologico, it involved complex, deeply interdisciplinary topics. The publisher was fully convinced of it during a dinner organized by the heads of the publishing house, which was attended by Derrick de Kerckhove, who had just published Brainframes. Mente, tecnologia, mercato (Brainframes: Mind, Technology, Market) for Baskerville and was a recognized world authority on technological culture, as well as one of the leading authors, and myself. When asked what he thought of a book on the relationship between body and technology, he was literally enthusiastic.

Il corpo tecnologico collected essays from many fields, by Paul Virilio, Francesco Antinucci, Derrick de Kerckhove, Stelarc, Tomás Maldonado, Hans Moravec, Sally Prior, Domenico Parisi, and, for the first time in a humanistic context in Italy, Francisco Varela, as well as myself. It was well received, I was invited to present it publicly countless times, it was abundantly quoted. And it is still there, on sale, after thirty years, even if perhaps something should be updated.