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Il 12 Dicembre ho partecipato al seminario “Visioni algoritmiche. Dialoghi tra arte, scienza e tecnologia in celebrazione di Vera Molnár”, a cura di Francesca Franco e Paola Lagonigro. Gli incontri si proponevano di approfondire la ricerca dell’artista ungherese Vera Molnár, purtroppo venuta a mancare quasi centenaria qualche giorno prima, in occasione della mostra “Vera Molnár: Variazioni Icône” (23 Novembre 2023 – 3 Marzo 2024) all’Accademia d’Ungheria a Roma. L’esposizione espandeva i contenuti di “Icône 2020“, mostra tenuta a Venezia presso la New Murano Gallery imperniata su una scultura in vetro – la prima dell’artista ungherese – frutto della collaborazione tra Vera Molnár e una storica famiglia di maestri vetrai di Murano. Sia la mostra veneziana che quella romana erano a cura di Francesca Franco.

Il seminario era suddiviso in due pomeriggi: il primo si è svolto presso Accademia d’Ungheria, il secondo presso il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza Università di Roma. L’invito recitava:

Vera Molnár è una delle più note pioniere dell’arte digitale. Nel centenario della sua nascita, l’Accademia di Ungheria in Roma celebra la sua ricca produzione con una mostra che ne ripercorre le varie fasi: dai primi disegni al plotter, realizzati con i computer degli anni Sessanta, ai lavori su tela e carta degli anni Settanta, fino alle opere più recenti, come Icône 2020, creata in vetro di Murano nel 2021.
Guidati da quest’ampia cronologia, Visioni algoritmiche intende affrontare tematiche ed esperienze artistiche eterogenee, apparentemente distanti, ma tutte riconducibili all’approccio di Molnár, facendone emergere tanto lo spessore storico quanto l’attualità. Gli interventi che scandiscono i due pomeriggi affrontano argomenti diversi ma in dialogo tra loro: gli incontri tra l’universo artistico e quello scientifico, la sperimentazione pionieristica con le tecnologie digitali e l’uso creativo del software, dall’arte all’algoritmica all’arte generativa, dalla cibernetica all’intelligenza artificiale.

Il mio intervento, intitolato “Dall’Arte Generativa alla Generative AI Art”, ha cercato di mettere in relazione le sperimentazioni artistiche dei pionieri nell’uso del computer lungo un percorso denominato “Arte Generativa” – che parte dalla seconda metà degli anni ‘50 e prosegue, in maniera più strutturata, dalla fine degli anni ‘90 fino ai nostri giorni – con gli esiti contemporanei dell’Intelligenza Artificiale Generativa.

Tra i pionieri Vera Molnár occupa certamente un posizione di rilievo. Nel 1947 riceve una borsa di studio per studiare a Roma a Villa Giulia, poi si trasferisce a Parigi dove frequenta Constantin Brâncuși, Wassily Kandinsky, László Moholy-Nagy e Victor Vasarely. Nel ‘59 inventa una procedura sistematica algoritmica, che non fa uso di computer, che chiama machine imaginaire, per predeterminare il posizionamento delle linee e dei colori e fare emergere le forme finali disegnate a mano. Nel 1960 in Francia partecipa alla fondazione del GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visuel), che indaga gli approcci collaborativi all’arte meccanica e cinetica, e nel 1967 alla fondazione del gruppo Art et Informatique, sull’arte e l’informatica.

Nel 1968, grazie all’accesso all’elaboratore di un laboratorio di ricerca della Sorbona, Molnár inizia a utilizzare i computer creando lavori algoritmici basati su forme e temi geometrici e a realizzare grafica computerizzata su plotter. Nello stesso anno partecipa alla celebre mostra “Cybernetic Serendipity”, curata da Jasia Reichardt, all’Institute of Contemporary Arts di Londra.

Fin dai primi lavori basati sulla machine imaginaire Molnár mette in discussione la posizione dell’artista come unico creatore. Se gli artisti cinetici coevi mettono in discussione il ruolo dell’artista cercando di attirare il fruitore all’interno dell’opera e di coinvolgerlo nel processo creativo – in un percorso che porterà alla fine degli anni ‘80 all’arte interattiva – Molnár vuole invece condividere le responsabilità creative con i dispositivi tecnologici, anticipando le forme artistiche tecnoscientifiche contemporanee.

Lungo la storia dell’umanità è avvenuto un processo che ha portato a esternalizzare, cioè a spostare al di fuori del corpo, un numero crescente di attività via via più complesse, delegandole a strumenti e dispostivi sempre più avanzati, sostituendo funzioni e facoltà umane. Nell’arte è avvenuto un processo analogo, nel quale gli strumenti hanno acquisito modalità di mediazione con l’opera sempre più autonome e sempre meno controllabili direttamente dal corpo. In questo percorso di crescita del ruolo e della responsabilità delle macchine e dei dispositivi tecnoscientifici nel fare arte, la ricerca di Vera Molnár è stata pionieristica.

 

English

 

On December 12th, I attended the seminar “Visioni algoritmiche. Dialoghi tra arte, scienza e tecnologia in celebrazione di Vera Molnár” (Algorithmic Visions: Dialogues between Art, Science, and Technology in Celebration of Vera Molnár), curated by Francesca Franco and Paola Lagonigro. The sessions aimed to delve into the research of the Hungarian artist Vera Molnár, who unfortunately passed away at almost a hundred years old just a few days before, coinciding with the exhibition “Vera Molnár: Variazioni Icône” (November 23, 2023 – March 3, 2024) at the Collegium Hungaricum in Rome. The exhibition expanded on the contents of “Icône 2020“, a show held in Venice at the New Murano Gallery, centered around a glass sculpture – the first by the Hungarian artist – the result of a collaboration between Vera Molnár and a historic family of Murano glass masters. Both the Venetian and Roman exhibitions were curated by Francesca Franco.

The seminar was divided into two afternoons: the first took place at the Collegium Hungaricum, and the second at the Contemporary Art Laboratory Museum of Sapienza University in Rome. As stated in the invitation:

Vera Molnár is one of the most renowned pioneers of digital art. On the centenary of her birth, the Hungarian Academy in Rome celebrates her rich body of work with an exhibition that traces its various phases: from the early drawings on plotters, created with computers from the 1960s, to works on canvas and paper from the 1970s, to the most recent works, such as Icon 2020, created in Murano glass in 2021.
Guided by this comprehensive chronology, Algorithmic Visions aims to address diverse artistic themes and experiences, seemingly distant but all traceable to Molnár’s approach, bringing to light both historical depth and contemporary relevance. The interventions spanning the two afternoons address different topics but are in dialogue with each other: the meetings between the artistic and scientific universes, pioneering experimentation with digital technologies and creative use of software, from art to algorithmics to generative art, from cybernetics to artificial intelligence.

My presentation, titled “From Generative Art to Generative AI Art,” sought to relate the artistic experiments of computer usage pioneers along a path called “Generative Art” – that from the late 1950s continues, in a more structured way, from the end of the 1990s to the present day – with the contemporary outcomes of Generative Artificial Intelligence.

Among the pioneers, Vera Molnár certainly holds a prominent position. In 1947, she received a scholarship to study in Rome at Villa Giulia, and then she moved to Paris where she frequents Constantin Brâncuși, Wassily Kandinsky, László Moholy-Nagy, and Victor Vasarely. In ’59, she invents a systematic algorithmic procedure, not using computers, which she calls machine imaginaire, to predetermine the placement of lines and colors and bring out the final forms drawn by hand. In 1960, in France, she participates in the founding of GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visuel), which explores collaborative approaches to mechanical and kinetic art, and in 1967, the founding of the group Art et Informatique, on art and informatics.

In 1968, thanks to access to a computer in a Sorbonne University research lab, Molnár began using computers to create algorithmic works based on geometric shapes and themes, and to produce computer-generated graphics on plotters. In the same year, she participated in the famous exhibition “Cybernetic Serendipity,” curated by Jasia Reichardt, at the Institute of Contemporary Arts in London.

From the early works based on the machine imaginaire, Molnár questioned the artist’s position as the sole creator. If coeval kinetic artists questioned the role of the artist by trying to attract the viewer into the artwork and involve her/him in the creative process – in a path that would lead to interactive art at the end of the 1980s – Molnár wanted to share creative responsibilities with technological devices, anticipating contemporary technoscientific artistic forms.

Throughout human history, there has been a process of externalization, meaning the gradual shifting of an increasing number of progressively complex activities outside the body, delegating them to increasingly advanced tools and devices, thereby replacing human functions and faculties. A similar process has occurred in art in which tools have developed modes of mediation with the artwork that are increasingly autonomous and less directly controllable by the body. In this trajectory of the growing role and responsibility of machines and technoscientific devices in creating art, Vera Molnár’s research has been pioneering.