Italiano [English below]

 

È un periodo per me molto intenso e avevo lasciato in sospeso questo post scritto a Marzo, anche perché non ero riuscito a trovare il tempo di scegliere tutte le immagini. Lo pubblico ora, augurandomi di suscitare un qualche interesse su questo argomento.

Fotografia algoritmica

 

È noto come la fotografia, quella ottenuta mediante strumenti e tecnologie digitali, stia diventando sempre più dipendente da algoritmi, cioè da vari procedimenti informatici che vengono attivati nelle fasi di produzione dell’immagine, dall’apertura dell’obiettivo alla registrazione del file nella memoria della fotocamera. Su alcuni di questi procedimenti l’utente può intervenire, per esempio modificando lo sfondo dell’immagine, altre trasformazioni invece avvengono in maniera automatica, senza che l’utente se ne accorga e che possa intervenire in qualche modo. Ormai pressoché tutte le fotocamere digitali, e ancor più quelle degli smartphone e dei tablet, posseggono ampie capacità di intervento sui processi di ottenimento delle immagini, il che indebolisce il carattere peculiare della fotografia, che è la sua referenzialità (dal latino res ferens, “che porta la cosa”), il suo essere prova: come scriveva Roland Barthes, davanti a una foto io non posso mai negare che il soggetto/oggetto nell’immagine, per qualche occorrenza, in qualche momento della sua esistenza, sia stato davanti all’obiettivo. Argomento su cui magari tornerò in un altro post.

Un percorso analogo verso la dimensione algoritmica viene compiuto dal video, a proposito del quale circa un anno ho curato fa una mostra, “Infoscapes”, che presentava una trentina di audiovisivi creati mediante la visualizzazione di grandi quantità di dati e informazioni, di cui ho scritto qui.

Dunque, una parte sempre più rilevante delle forme espressive e del panorama iconografico si basa sulla (audio)visualizzazione di dati. Tornando alle immagini fotografiche digitali, successivamente al loro ottenimento è possibile intervenirvi sopra ulteriormente, in maniera più o meno evidente e automatica, mediante algoritmi di intelligenza artificiale, con varie applicazioni per smartphone, tablet, PC e siti Web che offrono tali possibilità. In questi anni anno ho potuto provare diverse applicazioni e qualche volta ho pubblicato le immagini su Instagram e Facebook, col risultato di creare curiosità intorno a queste tecniche (e persino qualche invito a partecipare a delle mostre!). Ho pubblicato di seguito alcune di queste mie immagini. Tuttavia, al di là del mio personale interesse sulla “fotografia algoritmica”, una cosa che mi ha colpito, comune alle applicazioni di cui sopra, è stato il nome dato agli algoritmi riguardo al loro funzionamento. Ecco qualche esempio tratto da un’app, che vale, mutatis mutandis, per le altre:

Abstract, Colorful, Mosaic, Modern Art, Epoch, Patterns, Eye, Retro, Eagle, Dreamworld, Aurora, Surrealism, Pointillism, Ukiyo-e, Iridescent, Abstract, Manga, Yira, Coffee, Pop Art, Sketch, Gothic, Waterbird, Mudita, Calmness, Ceremony, Expressionism, Luminous, Anime, Photography, Watercolor, Baroque, Landscape, Impressionism, Cubism, Snow, Satisfaction, Elegant Silence, Joke, Charles, Comic, Dawn, Discofever, Explosion, Urban, Wolf, Forward, Moonlight, Mixture, Ocean, Pixel Art, Newspaper

Come si vede, nei nomi degli algoritmi figurano riferimenti alla Storia dell’arte classica e alle avanguardie contemporanee, ma ci sono anche nomi che evocano determinati effetti come risultato dell’applicazione di quegli algoritmi e nomi che sono completamente di fantasia. Tutto questo non ha un reale fondamento logico o artistico, anche perché nella stragrande maggioranza dei casi l’effetto generato dagli algoritmi è estremamente variabile, scarsamente regolabile, e non è affatto quello che il nome vorrebbe evocare: spesso non c’entra nulla. Dunque, non si capisce il criterio con cui quei nomi sono stati scelti: a volte sembra che siano frutto del caso o di intuizioni estemporanee, denotando da un lato l’attuale generale grossolanità di intervento delle forme di Intelligenza Artificiale sulle immagini, e dall’altro una certa distanza tra il mondo dell’informatica e quello dell’arte, tra l’arte e la scienza.

Questa sorta di “primitività”, di “rozzezza”, è oggi evidente nella maggior parte delle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale alle immagini, probabilmente perché siamo all’inizio di questo percorso. Si veda per esempio qui.

 

English

 

It is a very intense period for me and I had left pending this post, written in March, also because I had not managed to find the time to choose all the images. I’m publishing it now, hoping to arouse some interest in this topic.

Algorithmic photography

 

It is known that photography, the one obtained using digital tools and technologies, is becoming increasingly dependent on algorithms, that is on some computer procedures that are activated in the image generation phases, from the passage of light through the lens to the recording of the file in the memory of the camera. The user can intervene on some of these procedures, for example by modifying the background of the image, while other transformations take place automatically, they are transparent to the user, who can not intervene in any way. By now almost all digital cameras, and even more smartphones’ and tablets’ cameras, have wide capacity to intervene in the processes of obtaining images, which weakens the peculiar nature of photography, its referentiality (from the Latin res ferens, “that brings the thing”), its status of proof: as Roland Barthes wrote, in front of a photo I can never deny that the subject/object in the image, for some occurrence, at some point in its existence, has been in front of the lens. A topic I will maybe write about in another post.

A similar path to the algorithmic dimension is being made by the video, on which about one year ago I curated an exhibition, “Infoscapes“, that presented thirty vidoes created by displaying large amounts of data and information (I have written here on this topic).

Therefore, an increasingly significant part of expressive forms and iconographic panorama is based on data (audio)visualization. Going back to digital photographic images, after obtaining them it is possible to intervene further, in a more or less evident and automatic way, using Artificial Intelligence algorithms, with many applications for smartphones, tablets, PCs and websites offering such possibilities. In these years I have been able to try different applications and sometimes I have published the images on Instagram and Facebook, with the result of creating curiosity around these techniques (and even some invitations to participate in exhibitions!). I have published some of my pictures below. However, beyond my personal interest in the “algorithmic photography”, one thing that struck me, common to the above mentioned applications, was the name given to the algorithms concerning their operation. Here are some examples taken from an app, but which applies to the others:

Abstract, Colorful, Mosaic, Modern Art, Epoch, Patterns, Eye, Retro, Eagle, Dreamworld, Aurora, Surrealism, Pointillism, Ukiyo-e, Iridescent, Abstract, Manga, Yira, Coffee, Pop Art, Sketch, Gothic, Waterbird, Mudita, Calmness, Ceremony, Expressionism, Luminous, Anime, Photography, Watercolor, Baroque, Landscape, Impressionism, Cubism, Snow, Satisfaction, Elegant Silence, Joke, Charles, Comic, Dawn, Discofever, Explosion, Urban, Wolf, Forward, Moonlight, Mixture, Ocean, Pixel Art, Newspaper

As it is evident, in the names of the algorithms there are references to classic Art History and to contemporary avant-gardes, but there are also names that evoke certain effects as a result of the application of those algorithms and names that are completely fancy. All this has no real logical or artistic foundation, also because in the vast majority of cases the effect generated by the algorithms is extremely variable, scarcely adjustable, and it is not at all what the name would like to evoke: it often has nothing to do with it. Therefore, we do not understand why those names were chosen: sometimes it seems that they are the result of chance or of impromptu intuitions, denoting on one hand the current general coarseness of the intervention of Artificial Intelligence on the images, and on the other hand a certain distance between the world of computer science and that of art, between art and science.

This sort of “primitiveness”, of “roughness”, is present today in most applications of Artificial Intelligence to images, probably because we are at the beginning of this path. See for example here.