Italiano [English below]

 

Torno su Ars Electronica perché il fatto di avere dedicato, insieme ad altri, un reportage sul n-blog all’edizione di quest’anno ha messo in moto i ricordi della prima volta che sono andato, ventisette anni fa. Era il 1989 ed ero arrivato in treno alle quattro di mattina senza nessuna prenotazione e pochi soldi in tasca, niente bancomat né carta di credito. Alla stazione di Innsbruck, dove avevo cambiato treno dopo un’ora di attesa al freddo, più o meno all’una di notte ero salito sul treno per Linz e mi era successa una curiosa avventura. Nel corridoio dello scompartimento il pavimento era appiccicoso, come se camminassi su uno strato di colla, con le suole delle scarpe che scricchiolavano. Dopo qualche passo nella luce fioca del vagone improvvisamente mi sono reso conto che, a giudicare dalle bottiglie vuote per terra, camminavo su della birra rovesciata che stava asciugandosi. Gli scompartimenti erano bui, con le porte e le tende tirate, dormivano tutti. Così, per non disturbare nessuno, mi sono seduto su uno strapuntino nel corridoio. Stavo pensando alla birra rovesciata quando da uno scompartimento è uscita una donna che mi ha rivolto la parola a voce alta, biascicando delle frasi che non capivo, si è avvicinata e si è seduta sulle mie ginocchia. Ero imbarazzatissimo, non sapevo cosa fare, non capivo se voleva parlare con me o se stava facendo delle avances e non riuscivo a dire nulla. L’unica cosa che capivo è che doveva esserci una relazione tra lei e la birra. Stavo lì fermo, con lei sulle ginocchia, in paziente silenzio fingendo di guardare da un’altra parte, sperando che qualcosa evolvesse. Per fortuna, dopo qualche frase che mi è parsa infinita, con cui probabilmente si è resa conto che non capivo, finalmente si è alzata e se n’è andata. E sono rimasto sullo strapuntino senza chiudere occhio per tutto il resto del viaggio.

 

ae_danube

 

Sono arrivato alla Stazione di Linz intorno alle 4 di mattina. Ho guardato a lungo fuori dalla vetrata pensando a che cosa avrei potuto fare a quell’ora, stanco, in una città in cui non ero mai stato e dove non avevo prenotato nulla (niente Web allora). A un certo punto ho visto che proprio davanti alla stazione c’era un albergo, così dopo averci riflettuto sopra ho raccolto la mia borsa, ho attraversato la strada e sono entrato. Aveva un’aria un po’ lugubre, un arredamento in legno scuro, tappeti e stoffe dappertutto e i suoni erano ovattati. All’ingresso c’era un acquario disposto tutt’intorno a una colonna che reggeva la scala, contro la quale alcuni di quei grossi pesci dovevano essere andati a sbattere, perché sulla pelle presentavano delle macchie chiare, come delle escoriazioni. Ho chiesto alla reception, timidamente e con poca speranza, se c’era una camera singola libera, e – incredibilmente – il portiere, anch’egli vestito di scuro e con un’aria lugubre, mi ha risposto di sì. Ed era persino alla portata delle mie tasche!

 

Maurice Agis, Colorspace

Maurice Agis, Colorspace

 

Con questo colpo di fortuna è cominciata la mia prima avventura a Linz, a cui ne sarebbero seguite molte altre. All’epoca Ars Electronica si svolgeva soprattutto alla Brucknerhaus, sul Danubio, per la parte convegnistica e le mostre, mentre il Prix Ars Electronica, allora centrato solo su computer graphics, computer animation e computer music, aveva luogo nella sede dell’ÖRF, la radiotelevisione nazionale austriaca, che per l’occasione si apriva al pubblico. Siccome le due sedi non erano vicine c’era un piccolo bus gratuito che ogni quarto d’ora faceva la spola tra l’una e l’altra, trasportando le (allora poche) persone.

 

kunstforum_103

 

 

Quell’edizione di Ars Electronica, che si svolgeva dal 13 al 16 Settembre, è stata piuttosto piovosa. Nel parco tra il Danubio e la Brucknerhaus c’era una grande installazione pneumatica percorribile, Colourspace di Maurice Agis. Quando pioveva a dirotto quella specie di labirinto cromatico coperto offriva un riparo, sia pure in un mondo pieno di gallerie dai colori diversi, esasperati, saturi, opprimenti, da cui sbucavano delle persone che come me cercavano riparo (devo avere ancora qualche foto). Il tema di quell’edizione era “Im Netz der Systeme” (Nella rete dei sistemi) e affrontava, in maniera esemplare all’intersezione di arte e scienza, ciò che veniva definito “sistema”, l’interazione tra le sue parti, la complessità e un possibile comportamento generale conseguente che poteva essere definito come “evoluzione”. La dimensione sistemica veniva poi estesa alla società, alla comunicazione, ai media, ai network e infine all’arte. La scomparsa dell’oggetto artistico, sostituito da processi di comunicazione, favoriva la partecipazione del pubblico, l’interattività. Quell’edizione ha presentato degli elementi storici alla base di quella che molti anni più tardi sarebbe stata chiamata “media art”, tra cui alcune  riflessioni sull’arte interattiva e sulle reti, ad opera di Peter Weibel, Roy Ascott, Gerhard Johann Lischka. Il simposio, che vedeva tra i partecipanti anche il filosofo Mario Perniola, discuteva di questi argomenti. Conservo quel numero 103 di Kunstforum (qui in versione digitale) che ha fatto da catalogo a quella edizione dedicandovi buona parte delle sue pagine.

 

C’erano diversi progetti storici fondamentali. L’installazione Aspects of Gaia di Roy Ascott, un viaggio nel quale il fruitore doveva sdraiarsi su un carrello attraversando sui dei binari le viscere della Brucknerhaus, tra suoni, video, testi. Ispirandosi al testo filosofico Gaia di James Lovelock, che immagina la Terra come unico ecosistema vivente, Roy Ascott creava un viaggio attraverso la dimensione simbolica umana, l’infosfera della comunicazione, l’ambiente peculiare della nostra specie, l’aspetto simbolico di Gaia. Il videodisco interattivo Lorna di Lynn Hershman, che cercava di rendere interattivo un mezzo come il video, consentendo al fruitore di indirizzare, mediante un comune telecomando, le scelte di vita di una donna, Lorna appunto, nella sua casa. L’installazione The Legible City di Jeffrey Shaw e Dirk Groeneveld, che consentiva di viaggiare pedalando su una cyclette attraverso una città virtuale, con gli edifici fatti di parole estruse in 3D, e alla fine del viaggio, dell’interazione, il testo raccolto era la traccia di quel viaggio. Questa installazione, dichiaratamente ispirata al libro di Italo Calvino Le città invisibili, presentava in maniera chiara le caratteristiche dell’arte interattiva: l’impredicibilità del risultato finale, l’opera come processo nel quale è fondamentale la partecipazione del fruitore pena la sua vacuità artistica, l’apertura contestuale dell’opera, l’artista come attivatore di processi. E poi c’erano le sculture cinetiche ed elettroniche di Alan Rath, l’installazione interattiva Tür für Huxley di Ruth Schnell e altri lavori di rilievo…

 

Quelli erano anche gli anni in cui il cyberpunk metteva in discussione i media, all’epoca soprattutto la radio e la televisione, visti come moloch alla cui fabulazione non è possibile rispondere. I media-moloch dovevano essere cambiati dall’interno, cercando di piegarli alla reciprocità, allo scambio. Così Ponton Medias creava il canale televisivo culturale Van Gogh TV Europe, che grazie a un finanziamento europeo poteva caricare le sue strutture su dei TIR e girare per l’Europa recandosi a trasmettere dovunque ci fosse un evento culturale, al contrario dei media tradizionali, accentratori della comunicazione, favorendo la partecipazione del pubblico, la discussione. Radio Subcom invece con il progetto Media Landscape Europe creava una grande installazione multimediale sulla comunicazione europea all’alba del crollo del Muro. E poi c’erano gli ensemble di critica e sperimentazione sulla radio e sulla TV, come Rabotnik TV, Carl Loeffler e ART COM Television, Stadtwerkstatt TV, Station Rose con lo show ipermediale Gunafa, il gruppo musicale punk Dead Chickens, con i loro concerti estremi, decadenti, disperati.

Linz ha una grande tradizione musicale e annualmente vi si svolgono importanti festival dedicati alla musica. Ars Electronica ha sempre rispecchiato queste origini e la parte musicale, specialmente nei primi anni, è stata fondamentale. Nell’edizione 1989 sono stati presentati vari lavori, tra cui quelli di David Dunn e Maryanne Amacher, mentre nel Prix dedicato alla Computer Music sono stati premiati i lavori di Kaija Saariaho, François Bayrle e Alejandro Viñao.

 

 

 

 

 

All’epoca il Prix Ars Electronica comprendeva solo tre categorie. Quell’anno nella Computer Graphics sono stati premiati Tamás Waliczki, Charles Csuri e Kenneth Snelson, mentre tra le menzioni onorarie vi sono i lavori  di Willam Latham e Thomas Bayrle. Nella Computer Animation i riconoscimenti sono andati a Joan Staveley, Susan Amkraut & Michael Girard e Simon Wachsmut, mentre tra le menzioni onorarie figurano i lavori di Mario Canali, Flavia Alman e John Lassater – Pixar.

 

Nel 1989 Ars Electronica era un festival giovane, che si rivolgeva a un target specialistico, sia pure mondiale, ed è stato tra i primi in Europa a riunire e mostrare gli audiovisivi di computer animation e i lavori di computer grafica. Quei mondi che oggi sembrano così grezzi e primitivi al confronto della perfezione delle odierne simulazioni visuali, allora costituivano lo stato dell’arte delle rappresentazioni non referenziali, erano qualcosa di incredibile. I computer, i new media e le tecnologie dell’epoca erano strumenti per pochi, limitati, difficili da usare, costosi, ma per quei pochi che erano interessati gettavano uno sguardo sul futuro (qualche anno dopo con il computer avrei provato anch’io a realizzare quei mondi ottenendo dei riconoscimenti). In Italia la distanza da questi strumenti e argomenti era molto evidente, solo una cerchia di adepti conosceva le forme artistiche tecnologiche: all’epoca dicevo che occuparsi di arte e tecnologie era un po’ come occuparsi della struttura dell’occhio di un insetto che vive in una piccola zona della Svizzera. Ricordo le infinite discussioni alle conferenze e con i colleghi sul significato di arte interattiva. Ricordo quando a una conferenza all’Accademia di Belle Arti sono stato accusato di essere al servizio di una zaibatsu giapponese, o quando durante un convegno sulla Realtà Virtuale a un festival popolare mi è stato rinfacciato di occuparmi del sesso degli angeli! Per non parlare di tutte le volte in cui mi è stato chiesto se le opere di arte/scienza potessero essere realmente considerate arte! Tutto questo sarebbe cambiato, lentamente, nell’arco di un decennio.

Come ho scritto, Ars Electronica è ormai un gigantesco festival popolare, molte delle tecnologie che presenta sono disponibili per tutti, spesso a basso costo. Il futuro, più che nella visione di nuove tecnologie, ormai rilasciate a getto continuo, risiede nel riuscire a comprendere quelle di cui già disponiamo, e a usarle al meglio.

Nell’n-blog, il blog di Noema, un resoconto di Ars Electronica 2016.

 

 

English

 

I’m back to Ars Electronica because after writing with other people a reportage on the n-blog of this year’s edition I have been struck by the memories of the first time I went there, 27 years ago. It was 1989 and I arrived by train at four in the morning without any reservations and little money in my pocket, no cash or credit cards. In the Station of Innsbruck, where I changed the train after waiting one hour in the cold, at about 1 am  I jumped on the train to Linz where I was involved in a curious adventure. In the corridor of the compartment the floor was sticky, like walking on a layer of glue, with the soles of my shoes squeaking. After a few steps in the dim light I suddenly realized that, according to the bottles on the floor, I was actually walking on some beer that was drying. The compartments were dark, with closed doors and curtains, everybody was asleep. So in order of not disturbing anybody, I sat on a folding seat in the corridor. I was thinking of the beer when a woman got out from a compartment and started speaking to me in a loud voice, muttering phrases that I could not understand, then she sat on my lap. I was very confused and I did not know what to do. I did not understand if she wanted to talk to me or if she was making any advances and I was not able to say anything. The only thing I knew was that there surely was a clear relationship between her and the beer. So I was there, with her on my lap, in a patient silence, pretending to look around, hoping that something would have finally evolved. Luckily after some eternal sentences, with which she probably realized that I did not understand, she got up and left. And I remained on the folding seat, unable to sleep for the rest of the trip.

 

ae_danube

 

I arrived at Linz Station at around 4am. I had been looking out of the window for a long time, thinking about what to do at that time, tired, in a city where I was for the first time and where I had not booked anything (no Web in those times). Then I saw a hotel just in front of the station, and after a long reflection I picked up my bag, I crossed the street and got in. It looked a bit gloomy, with dark wood furniture, carpets and fabrics everywhere, and sounds were muffled. At the entrance there was an aquarium, disposed all around a pillar holding the ladder, against which some of those big fishes must have slammed, since they showed some bright spots on the skin, like excoriations. I timidly and almost hopelessly asked the reception if there was a single room available, and – amazingly! – the hotel porter, dressed in black and with a gloomy air too, said “yes”. And the room’s cost was even affordable for my pockets!

 

Maurice Agis, Colorspace

Maurice Agis, Colorspace

 

My first adventure in Linz began with this fluke, and it was followed by many others. At the time Ars Electronica’s conferences and exhibitions were mainly hosted at the Brucknerhaus, on the Danube, while Prix Ars Electronica, by that time only awarded to the categories of computer graphics, computer animation and computer music, took place at ÖRF venue, the radio and television Austrian national broadcasting company, which was opened to the public. Since the two venues were not nearby there was a little free bus that every fifteen minutes was shuttling between the venues, carrying the (then a few) people.

 

kunstforum_103

 

That edition of Ars Electronica, running from September 13 to 16, was quite rainy. In the park between the Danube and the Brucknerhaus there was a large viable pneumatic installation, Colourspace by Maurice Agis. When it was pouring that sort of indoor color maze offered shelter, albeit in a world full of tunnels of different exasperated, saturated, overwhelming colors, from which people searching for a shelter like me appeared from time to time (I should have some photos). The theme of that edition was “Im Netz der Systeme” (In the Network of Systems) and debated in an exemplary way, at the intersection of art and science, about what could be considered as a “system”, the interaction between its parts, its complexity and a consequent possible general behavior which could be defined as “evolution.” The systemic dimension was then extended to society, communication, media, networks, and finally to art. The disappearing of the art object, replaced by communication processes, promoted public participation, interactivity. That edition presented some fundamental historical elements of what years later would have been called “media art”, including some of the earliest reflections on interactive art and on networks, thanks to the contributes of Peter Weibel, Roy Ascott, Gerhard Johann Lischka. The Symposium, which among the participants featured also the philosopher Mario Perniola, debated on these topics too. I still have Kunstforum magazine n. 103 (here a digital version), that acted as the Ars Electronica 1989 catalog, dedicating to the event the majority of its pages.

 

There were several fundamental projects. The installation Aspects of Gaia by Roy Ascott, a trip where the user had to lie down on a cart crossing on tracks the insides of the Brucknerhaus, among sounds, videos, texts. Inspired by the philosophical essay Gaia by James Lovelock, who imagines the Earth as a single living ecosystem, Roy Ascott created a journey through the human symbolic dimension, the infosphere of communication, the peculiar environment of our species, Gaia’s symbolic aspect. The interactive videodisc Lorna, by Lynn Hershman, was trying to make interactive a medium, like video, which is not, allowing the user to direct, via a common remote control, the life choices of a woman, Lorna, in her home. The installation The Legible City, by Jeffrey Shaw and Dirk Groeneveld, allowed to travel through a virtual city, with buildings made of extruded words in 3D, using an exercise bike, and to collect the text of that interaction. This installation, allegedly inspired by Italo Calvino’s book Invisible Cities, presented all the main characteristics of interactive art: the unpredictability of the final result, the artwork as a process where the participation of the viewer is essential, the artwork opening, the artist as an activator of processes. And then there were the kinetic and electronic sculptures by Alan Rath, the interactive installation Tür für Huxley by Ruth Schnell and many other notable works.

 

In those years Cyberpunk heavily questioned the media, at the time especially radio and television, considered as Molochs performing narratives without any answer. Therefore the media-molochs had to be modified from inside, trying to force them to reciprocity, to exchange. Then Ponton Medias created the cultural television channel Van Gogh TV Europe, which thanks to European funding could load its facilities on big trucks and take a journey through Europe going to broadcast wherever a cultural event was taking place, as opposed to the centralized communication of traditional media, therefore encouraging public participation and discussion. Radio Subcom with the project Media Landscape Europe created a large multimedia installation on European communications at the dawn of the fall of Berlin Wall. And then there were the ensembles of critique and experimentation on radio and television, like Rabotnik TV, Carl Loeffler and ART COM Television, Stadtwerkstatt TV, Station Rose with the hypermedia show Gunafa, the punk music group Dead Chickens, with their extreme, decadent and desperate concerts.

Linz has a great musical tradition and annually hosts important music festival. Ars Electronica has always reflected these origins and the musical part, especially in the early years, was notable. In the 1989 edition various works were presented, including those of David Dunn and Maryanne Amacher, while the Prix dedicated to Computer Music was awarded to Kaija Saariaho, François Bayrle and Alejandro Viñao.

 

 

At the time Prix Ars Electronica only featured three categories. In 1989 the Computer Graphics category awarded the works of Tamas Waliczki, Charles Csuri and Kenneth Snelson, while among the honorary mentions there were the works by Willam Latham and Thomas Bayrle. The Computer Animation category awarded the works of Joan Staveley, Susan Amkraut & Michael Girard and Simon Wachsmut, while among the honorary mentions there were the works by Mario Canali, Flavia Alman and John Lassater – Pixar.

 

In 1989 Ars Electronica was a young festival which a specialized, worldwide audience, and it was among the first festivals in Europe to gather and present computer graphics works and computer animation videos. Those worlds that today seem so raw and primitive compared to the perfection of today’s visual simulations, by that time represented the state of the art of non referential representation, they were something incredible. Computers, new media and technologies of the time were tools for few people, they were limited, difficult to use, expensive, but for the interested few they were paving the future (a few years later, with a computer, I would have tried as well to make those worlds, receiving some awards). In Italy this distance from these tools and topics was evident, since just some happy few knew the technological art forms: at the time I loved to say that dealing with art and technology was like dealing with the structure of the eye of an insect living in a small area in Switzerland. I can remember endless discussions at conferences and with colleagues about the meaning of interactive art. I remember when in a conference in an Academy of Fine Arts I was accused of being at the service of a Japanese zaibatsu, or when during a meeting on Virtual Reality at a popular festival I have been reproached to discuss about the sex of angels! Not to mention all those times I have been asked if the art/science artworks were really art! All this changed over a decade.

As I wrote, today Ars Electronica is a gigantic popular festival, many of the technologies it presents are widely available, often at low cost. The future, more than in the vision of new technologies, which are released in a continuous stream, lies in being able to understand the existing ones and to use them at best.

In the n-blog, Noema’s blog, there is a reportage on Ars Electronica 2016.