Il 5 giugno ho partecipato a Milano, all’Accademia di Belle Arti di Brera, a “Logic Lane – Giornate di studi Antonio Caronia” dedicate al lavoro culturale di Antonio Caronia a due anni dalla morte. Le giornate, a cura di Amos Bianchi e Giovanni Leghissa, erano organizzate dall’Accademia di Brera in collaborazione col T-NODE del Planetary Collegium, di cui Caronia è stato direttore scientifico dalla fondazione fino al 2013. Docente alla NABA e a Brera, Caronia univa a una formazione scientifica (era laureato in matematica) delle profonde competenze umanistiche (letteratura, arte, fantascienza, media), una intensa e pionieristica attività saggistica (suo è il primo libro sul Cyborg in Italia) sulla cultura cyberpunk, sull’ibridazione uomo-macchina, e numerose altre attività (traduttore, mediattivista, ecc.).

Di seguito l’invito e il mio contributo.

 

L’invito e il mio contributo

Ancora
Accademia di Belle Arti di Brera
in collaborazione con T-NODE Planetary Collegium
Il Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Brera, professore Franco Marrocco e il Direttore del T-NODE Ars Academy Italia, professore Francesco Monico invitano aLOGIC LANE
Giornate di studi Antonio Caronia
5-6 giugno 2015 – Sala Napoleonica di Brera

I giorni 5 e 6 giugno 2015 si tengono a Milano presso l’Accademia di Brera due giornate di studi dedicate alla vita e al lavoro culturale di Antonio Caronia, matematico, letterato, saggista e mediattivista, destinate a riattualizzare il suo pensiero e i suoi temi di interesse per fornire a studenti, a ricercatori, alla comunità scientifica e, in generale, a chi abbia a cuore la performatività del pensiero critico, una serie di interventi accomunati dall’ambizione di fornire un’agenda di temi di riflessione che derivano dal periodo passato e si proiettano su quello a venire.

Il 30 gennaio 2015 sono trascorsi due anni dalla morte di Antonio Caronia, un autore che non ha lasciato un opus maius, che non occupava una cattedra prestigiosa dell’università italiana, che non pubblicava su riviste di prestigio accademico o semplicemente divulgative, che non aveva incarichi politici influenti. Tuttavia tutti coloro che lo hanno incontrato lo ricordano con affetto, una devozione misurata e tanta riconoscenza per la generosità di pensiero. Perché?

Perché il pensiero di Caronia era potente e articolato. Affondava le radici nel Ventesimo secolo per comprendere cosa, al termine di esso, stesse nascendo ed evolvendosi alla Deleuze: “non predire, ma essere attenti allo sconosciuto che bussa alla porta”. Aveva il rigore concettuale dell’accademico, a cui veniva abbinato il fervore pratico dell’attivista. Formava generazioni di studenti nei corsi triennali, specialistici e di dottorato delle accademie di belle arti, alla periferia dell’establishment culturale, punto di osservazione privilegiato per l’osservazione del cambiamento; traduceva e metteva in scena Ballard, e si occupava incessantemente di Dick; dava vigore alla scena artistico-mediale e hacker italiana, fornendo un contributo fondamentale alla strutturazione del loro piano concettuale; era in grado di convertire la teoria in prassi – che fosse prassi artistica, politica, educativa – e viceversa.

Le giornate di studi coinvolgono non solo studiosi e ricercatori, ma anche persone che a vario titolo hanno lavorato assieme ad Antonio e hanno voglia di proporre una riflessione che tenga conto anche di aspetti esistenziali e biografici.
(Amos Bianchi, Giovanni Leghissa)

 

 

AncoraLogic Lane
Giornate di studi Antonio Caronia
Milano, Accademia di Belle Arti di Brera, 5 e 6 Giugno 2015

Ai limiti del nuovo

Per come ho condiviso l’avventura culturale di Antonio avrei moltissimi argomenti di cui parlare. Qui ne indicherò solo alcuni, per me i più significativi, con altrettante parole chiave, senza alcuna pretesa di esaustività. Sono quelle che emergono più intensamente dal mio confronto con lui e con il suo lavoro.

Futuro

Prima di tutto l’interesse per il futuro. Caronia si interrogava continuamente sul “nuovo”, sulla sua serietà, sulla sua realtà o sulla sua finzione (un “nuovo” vero o finto? Reale o travestito?). Detto in altri termini, molta parte della sua ricerca si poneva la domanda, per usare una frase tipica di Alberto Abruzzese: “Dove sta il nuovo?”

Il futuro era in numerosi interessi e argomenti che frequentava: la fantascienza, i libri, i saggi e le conferenze, la collaborazione di lunga data a riviste sulle tecnologie. Nel 1994 Caronia fu tra i primi a dare un testo a NetMagazine, primo magazine online in Italia, su BBS (sul Web rinominata MagNet), realizzata con i miei studenti dell’Università di Bologna e poi anche con quelli dell’Università “La Sapienza” a Roma, dove ero andato a insegnare. NetMagazine era realizzato in FirstClass, in una delle prime BBS con interfaccia grafica a icone e finestre, e ricordo la nostra discussione in chat sull’argomento, in dial-up: lui era a Milano e io a Castelfranco Veneto, per entrare bisognava effettuare una chiamata telefonica, nel nostro caso interurbana dato che entrambi dovevamo collegarci al server che era a Bologna, presso Baskerville.

Corpo

Caronia è stato tra i primi a interrogarsi sull’influenza delle tecnologie sul corpo umano biologico e sul corpo, plurale, della società, riflessioni che sono confluite in testi fondamentali come Il Cyborg. Saggio sull’uomo artificiale (Milano, Shake, 1985), il Corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti (Padova, Muzzio, 1996) e nei numerosi saggi sul Cyberpunk e sulle culture virtuali. L’interesse nei confronti delle influenze delle tecnoscienze sul corpo giungeva fino all’incarnazione più recente di questo connubio, il post-umano, di cui ne dava un significato profondamente legato al superamento della dimensione biologica, come scrive nel libro a cura di Mario Pireddu e Antonio Tursi, Il post-umano (Milano, Guerini & Associati, 2006, p.55): “Dire post-umano significa dunque dire che il ritmo di trasformazione culturale e le possibilità aperte al campo della cultura in generale, oggi, cominciano a mettere in discussione addirittura la biologia dell’essere umano come limite. Questo è il vero significato del post-umano”.

Corpo-uomo-macchina

L’interesse di Caronia per le relazioni tra corpo e tecnologie si estendeva in varie direzioni, dal post-umano alla fantascienza, all’arte, fino alle dimensioni più pragmatiche ma non meno importanti – perché profondamente innestate nel sociale, dei dispositivi informatici – del software e dei sistemi operativi, elementi cruciali per l’accesso alle informazioni, per la condivisione. Nella logica generale, tuttavia, che fosse la macchina al servizio dell’uomo e non viceversa, come troppo spesso accade (esempi interessanti in questo senso vengono fatti nel libro di Michael Dertouzos, La rivoluzione incompiuta, Milano, Apogeo, 2002). Sulle interfacce uomo-macchina, da quelle avanzate della realtà virtuale dove il corpo è reificato (ecco di nuovo la centralità del corpo) a quelle dei sistemi operativi dei computer, degli smartphone, dei tablet, Caronia ha espresso riflessioni in articoli, conferenze, saggi, discussioni personali. Il design delle interfacce, cioè di quelle soglie che ci separano dalle informazioni, così importanti ma spesso neglette, o meglio, sovente considerate solo dal punto di vista dell’apparenza o al contrario del puro utilizzo, era ed è un tema estremamente delicato. Caronia aveva capito che soprattutto questi punti di passaggio, questi snodi critici tra reale e virtuale, erano e sono fondamentali per una sorta di “informazione partecipativa e condivisa”, perché la loro semplificazione e “corporeità” (cioè l’utilizzo del corpo nei simboli) abbassa le difficoltà di accesso, cioè le competenze richieste per interagire con le macchine, con le applicazioni, con le informazioni, consentendo a molti di non essere esclusi.

Inclusione

Dunque, nel nostro discorso “inclusione” è un altro termine importante. La dimensione inclusiva è un elemento sempre presente nel pensiero e nell’operato di Caronia. Detto in maniera semplice: le tecnologie e le scienze hanno un senso compiuto e positivo solo quando sono in grado di includere, non di escludere. Devono possedere, se non una vocazione, una direzione sociale, devono poter essere messe in discussione, e devono essere discusse anche al di fuori degli addetti ai lavori. Devono consentire un accesso allargato e una partecipazione dal basso, non devono creare ambienti e comportamenti esclusivi, che dividono, che generano differenze e disuguaglianze tra chi può accedere ai mezzi e agli strumenti e chi invece ne è escluso. Scienze e tecnologie non devono essere utilizzate per creare sistemi e meccanismi di potere, chiusi ed esclusivi, devono semmai contribuire a demolirli, devono annullare le differenze ed essere il più largamente possibile disponibili.

Arti

Nel sistema dell’arte, per esempio, alla cui discussione Caronia partecipava intensamente anche nella veste di Direttore degli Studi del dottorato (M)T-Node del Planetary Collegium dell’Università di Plymouth, erano fondamentali la dimensione critica e le forme “dal basso”, coesive, partecipative, antagoniste e radicali, come per esempio quelle di derivazione cyberpunk di cui spesso si è occupato. Ma anche le forme pienamente interattive, grazie alle tecnologie, possono avere un rilievo sociale e politico, perché realizzano delle “opere aperte”, che possono essere modificate, in grado di dialogare col mondo, con l’ambiente, con il fruitore. Quest’ultima figura, il fruitore, assurge quindi al ruolo attivo di collaboratore del processo artistico, quando non di coautore dell’opera stessa. Dunque l’artista diviene una sorta di “attivatore di processi”, lontano dalla figura classica dell’arte tradizionale. L’opera d’arte da oggetto si fa processo, spazio di relazione, costrutto inclusivo e non esclusivo grazie anche alla maniera con cui si interfaccia con il fruitore (ecco qui nuovamente l’importanza delle interfacce uomo-macchina, del coinvolgimento del corpo e dei sensi nel processo di fruizione). L’opera esiste solo nel processo di interazione, senza la partecipazione e l’intervento del fruitore non esiste o è priva di senso. E siccome essa dipende dal fruitore e dal suo stato, il risultato di questa interazione non può mai essere completamente predetto. Di conseguenza, i luoghi deputati in cui l’opera aperta e interattiva funziona al meglio non sono i musei e le gallerie d’arte tradizionali, che sono luoghi esclusivi in cui gli oggetti artistici sono in genere morfostrutturalmente inderivabili, immodificabili, si concedono solo allo sguardo, sono luoghi dove bisogna mantenere una distanza con l’opera, bensì i luoghi nei quali maggiore è la probabilità di interazione, di relazione, di attivazione dei processi: i luoghi pubblici, gli spazi del sociale. In questi luoghi la vocazione inclusiva, sociale e politica dell’arte interattiva è massima.

Scienze & tecnologie

Caronia era profondamente interessato anche a quelle forme artistiche basate sulle scienze e le tecnologie più avanzate, come l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, la vita artificiale, la robotica, le neuroscienze, la biologia, la genetica, non solo per la loro dimensione rivolta al futuro ma anche perché ne intuiva l’energia dirompente, la complessità, la messa in discussione di pilastri secolari del pensiero. Ne comprendeva la portata storica, vedeva il superamento di tabù culturali, l’attivazione di nuove visioni del reale, l’evoluzione del nuovo, e naturalmente anche gli aspetti oscuri, le criticità, le ricadute nel sociale, che l’arte poteva aiutare a veicolare, a discutere, a denunciare. Negli ultimi tempi si accingeva a tradurre in italiano un importante volume sulle arti biotecnologiche (bilingue, russo/inglese), un testo di riferimento internazionale a cura del teorico e artista russo Dmitry Bulatov (Evolution Haute Couture: Art and Science in the Post-Biological Age. Part 1 – Practice, KB NCCA, Kaliningrad, 2009).

Le sue competenze scientifiche e tecnologiche, facilitate dagli studi scientifici che aveva fatto, lo mettevano in grado di affrontare argomenti su cui molti, non solo di provenienza umanistica, si arenavano, glissavano o che affrontavano superficialmente. Spesso si discuteva appassionatamente e senza pregiudizi di numerosi argomenti, per esempio dell’importanza dei neuroni specchio nella comunicazione, dell’evoluzione della robotica o della genetica. Mi mancheranno molto quelle discussioni, la loro intensità, puntualità e precisione (anch’io ho alle spalle studi scientifici) e quei confronti profondi nei quali, devo dirlo, di rado ci si trovava in disaccordo. A differenza di molti colleghi Caronia parlava di cose che conosceva ed era spesso molto severo, anche pubblicamente, con chi mostrava pregiudizi, approssimazione e superficialità. Aveva anche il gusto della burla, specialmente quando si trattava di prendere in giro l’Accademia, le Istituzioni, la loro dimensione conservatrice, culturalmente bacchettona o glamour. Una volta a Monaco di Baviera, mi pare nel 2010, a una conferenza internazionale all’università, davanti a un pubblico composto in gran parte da designer fece un intervento, molto applaudito, sulla figura di un celebre designer, a me totalmente ignoto, salvo il fatto che la sera mi disse che quel personaggio, così apprezzato dal pubblico, era totalmente inventato. Un altro esempio è stato l’aiuto alla promozione del lavoro Darko Maver di 01.org, un artista completamente inventato che grazie a una strategia di comunicazione sapientemente orchestrata, a cui anche Caronia diede un contributo, finì nel 1999 alla 48a Biennale di Venezia (01.org, Luther Blissett, “La grande truffa dell’arte. Avete mai la sensazione di essere imbrogliati?”, Noema, 8 Marzo 2000, http://noemalab.eu/ideas/la-grande-truffa-dellarte/).

La varietà delle competenze di Caronia – che questi due giorni di studio mostrano molto bene – e le sue conoscenze, la sua attenzione nei confronti del mondo tecnologico e scientifico, riuscivano a cogliere nessi profondi persino all’interno di settori tecnico-economici: una volta alla SISSA a Trieste, mi pare nel 1996, ci trovammo a parlare dell’acquisizione, appena avvenuta, di Next da parte di Apple, che di lì a qualche anno sarebbe diventato il sistema operativo MacOS X, e lui si ricordava persino la cifra della transazione, 400 milioni di dollari.

Nuovo

Ci sarebbero molte altre cose da evidenziare, in primo luogo il fatto che ciascuno di noi ha un’immagine diversa di Antonio, legata a un’esperienza diversa. Di fatto ognuno di noi ha condiviso con lui percorsi, competenze e conoscenze diversi, ognuno di noi l’ha vissuto in maniera diversa. E infatti molti di noi non si conoscono affatto, il tramite che ci lega e che ci ha condotto qui è lui. Proveniamo da ambiti e percorsi diversi, da discipline, competenze, formazioni spesso distanti se non in contraddizione, quelle contraddizioni che Antonio attraversava e frequentava volentieri, saltando gli steccati.

Dunque, per concludere, concedetemi questa immagine personale. Per noi che ci muoviamo in questi ambiti ancora non ben definiti, distanti tra loro, scivolosi, considerati eccentrici quando non esotici o addirittura esoterici, spesso poco popolari, dotati di linguaggi apparentemente contraddittori e incompatibili, Antonio era una sorta di incursore che presidiava questi territori, muovendosi dall’uno all’altro, creando delle connessioni, delle sintesi, dei collegamenti, dei legami, anche là dove tutto sembrava oscuro e incompatibile. La sua profondità di visione, la sua lucidità, la sua erudizione e la sua competenza multidisciplinare (Roy Ascott la chiamerebbe “capacità sincretica”) gli consentivano di individuare dei passaggi e dei nessi che in pochi riuscivano a vedere. Antonio presidiava, spesso controcorrente, i territori incerti e scomodi delle contaminazioni, delle trasformazioni, delle eccezioni, delle rivoluzioni, perché sapeva che in questi territori c’è la più alta probabilità di genesi del nuovo. Il nuovo nasce sempre da qualche rottura, da qualche discontinuità, dalle contraddizioni, dall’inaudito, dallo scarto dalla norma, dalla marginalità, dalla desolazione, comunque li si voglia intendere. È così nell’informazione, nell’arte, nella cultura, nella biologia, nella genetica, nella creatività, nella sessualità… Il nuovo non scaturisce dall’uguale, il nuovo scaturisce dal diverso!